Nov 102011
 
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NOTE AL PROGRAMMA

(a cura del Maestro Ettore Napoli, dal sito del Conservatorio)

In musica la differenza tra ‘spirito ungherese’ e ‘spirito zigano’ è paragonabile a quella tra un capo di moda firmato e uno dello stesso marchio ma contraffatto, sia pure abilmente. Solo che lì il falso è frutto di un equivoco nel quale Liszt (1811-1886) cade in assoluta buona fede, come testimonierà ai primi del Novecento Bartók (1881-1945) che nelle vesti di musicista ed etnomusicologo recupererà i ritmi e le melodie autenticamente ungheresi nelle campagne, dove erano nati e avevano conservato i tratti originali grazie alla trasmissione orale. Le musiche che Liszt ritiene siano popolari sono invece il risultato delle trasformazioni imposte dai complessi zigani per renderle gradite alle orecchie raffinate delle corti dove nel corso dei secoli si sono esibiti.

L’op. 55 di Dvořák (1841-1904) è la prova che egli non sia l’unico a essere tratto in inganno: ci sono anche Brahms con Lieder e Danze ungheresi e ancora Dvořák con le Danze slave; composte nel 1880 su versi in ceco del contemporaneo Adolf Heyduk, le sette Cigánské Melodie (Zigeunermelodien nella traduzione tedesca dell’editore Simrock dello stesso anno) cantano l’amore (n. 1, 7), la natura (n. 3), l’infanzia (n. 4), temi propri della poesia popolare di ogni tempo.

Il termine ‘rapsodia’ fa pensare a una libertà formale che tale non è: le diciannove Rapsodie ungheresi composte da Liszt in un quarantennio (1846-1886) hanno in comune alcuni caratteri, quali la cosiddetta scala zigana (una scala minore o maggiore con alcuni gradi alterati rispetto a quelle tonali corrispondenti) e l’alternanza di ritmi ‘Lassan’ (lassu = lento) e ‘Friska’ (friss =veloce). Delle tre in programma, le nn. 2 e 12, benché identiche nella tonalità (Do diesis minore) hanno caratteri diversi: la prima rimanda agli effetti del violino e del cimbalom (strumento trapezoidale a corde percosse da due bastoncini ricurvi) di ampio utilizzo nella musica zigana, la seconda ha una scrittura brillante e rientra dunque nella categoria del pianismo lisztiano più spettacolare.

Tra un rapsodia e l’altra ci sono la Rapsodia spagnola e due brani zigani di diversa ‘mano’. Può sorprendere che Liszt componga una pagina dalle sonorità smaglianti -il titolo si completa con la dizione Folies d’Espagne et Jota aragonese- durante la permanenza a Roma nel Chiostro della Madonna del Rosario (tramontato il matrimonio con la contessa russa Carolyne von Sayn Wittgenstein, all’inizio degli anni Sessanta aveva preso gli ordini minori); ma la circostanza testimonia quanto egli sia attento -sempre e solo- alla musica, immune da condizionamenti esterni. Cosa che non accade con le Zigeunerweisen (letteralmente. “modi zingareschi”) di Pablo Sarasate y Navascués (1844-1908), violinista virtuoso e compositore di Pamplona. Di Tzigane Ravel (1875-1937) ha curato tre versioni, tutte del 1924, con il violino accompagnato o dal pianoforte, o dal lutheal (un pianoforte ‘preparato’ ante-litteram, in grado di riprodurre sonorità vellutate simili a quelle del cimbalom o del clavicembalo inserendo alcuni materiali tra le corde) o dall’orchestra (cfr. concerto “Coronamento”). Sottotitolato anch’essa ‘rapsodia’, il brano si articola in tre sezioni collegate tra loro -1. Lento quasi cadenza, 2. Allegro, 3. Meno vivo e grandioso –  ed è caratterizzato da un ampio assolo del violino in apertura, al quale il pianoforte si unisce lasciando però sempre spazio alle sue aggressive figurazioni, quasi delle improvvisazioni.

Ettore Napoli