Feb 012011
 
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Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiL’altra sera, 31 gennaio 2011, al Teatro Politeatro di Milano è stato presentato l’ultimo disco prodotto ed inciso dalla Casa Editrice musicale “ClassicaViva“, con la lezione-concerto “Violin in Blue”. ClassicaViva è specializzata nella ricerca e nella promozione di nuovi talenti nell’ambito della musica classica. Fin dalla sua nascita si impegna in prima linea nella valorizzazione di musicisti che, pur avendo raggiunto un livello di eccellenza in ambito strumentistico musicale, sono esclusi dalla popolarità riservata a pochissimi, a causa del sempre maggior peso dato al marketing dalle case discografiche blasonate e allo scarsissimo peso dato invece alla competenza e all’arte in senso stretto. In questa circostanza la presentazione riguardava l’uscita di “Violin in Blue”, una raccolta scelta di brani dedicati alla musica francese, con lo sguardo rivolto ad alcuni suoi vertici compositivi: la “Sonata per violino e pianoforte in la maggiore” di César Franck, la “Méditation de Thaïs” di Jules Massenet, la “Sonata per violino e pianoforte di Claude Debussy, la trascrizione per violino e pianoforte di Grigoraş Dinicu sul “Clair de Lune” sempre di Debussy, e infine la “Fantasia sulla Carmen di Bizet” trascritta e adattata per violino e pianoforte ad opera di Pablo de Sarasade, virtuoso del violino di fine ‘800. Un programma caratterizzato sia dal virtuosismo richiesto agli interpreti, sia dalla necessità di porsi in modo personale e possibilmente originale dinnanzi a brani che segnano l’apogeo della composizione francese a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un compito affrontato e sapientemente risolto dalla coppia di interpeti, Stefano Ligoratti al pianoforte e Yulia Berinskaya al violino. Dopo uno studio minuzioso della pagina i due musicisti si sono cimentati in un’incisione di altissima qualità, alla ricerca di un equilibrio tra approcci interpretativi anche molto lontani tra di loro. Il risultato è evidentemente forte di questo scambio, in cui si possono apprezzare i contrasti tra una concertazione interna del pianoforte da una parte – che tende a far risaltare i piani contrappuntistici e la complessità armonica in relazione alla linea melodica “ciclica” tipica dei compositori francesi dell’epoca – e dall’altra una veemenza esecutiva al violino che cerca di staccare con decisione il volo da quel pavimento avvolgente e orchestrale che il pianoforte significa e persino impone. Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiLa tecnica della Berinskaya impressiona, pur non sovrastando mai la musica e l’effetto sinfonico del tutto. Anzi ciò che raramente si ascolta e che qui prepondera è l’audacia di un suono che muta timbricamente, passando dalla rarefazione assoluta, impressionistica, di poche note tirate sul pianissimo come galleggiassero per aria, fino a giungere alla ruvidezza di un violino zigano che spinge al limite le sue possibilità espressive, piegando lo strumento al servizio di un’intensità spasmodica che evoca più le tinte forti dei villaggi russi di Chagall che non le vedute parigine di Monet. La Berinskaya è delicata e accorta negli abbellimenti di passaggio tra la fine di una frase e l’inizio di un’altra e fondendoli insieme alla linea principale gli conferisce piena musicalità senza che siano inutilmente esornativi. Quando lo spartito reclama attacchi incisivi o salti di tono o brusche variazioni ritmiche e dinamiche la Berinskaya non si tira indietro e oltre che fendere con irruenza lo spazio acustico pare portare lo strumento sul ciglio di un precipizio, cadendo dal quale si frantumerebbe tutto. Lì rimane invece, e ci porta con sè su quel crinale davanti al vuoto, col fiato sospeso. Il volto del pubblico era un racconto mimico chiarissimo di queste frustate improvvise, delle fughe in avanti, delle frenate impossibili, dei cambi di direzione nel giro di poche battute. Tuttavia questo accade come un processo naturale, in pieno controllo e in pieno abbandono emotivo, simultaneamente, e la sola cosa che ci rassicura nell’ascoltarla è vedere la saldezza che ha sulla scena mentre brandisce il violino, poi lo coccola, poi lo ama; ci placa l’ accettare che nonostante tutto non cadrà e non ci trascinerà con sè cadendo. Ma che brividi. Che brividi. Il lavoro pianistico, direi orchestrale, di Ligoratti è spiazzante per maturità se raffrontato alla sua giovane età. E’ vero che il programma di sala e la presentazione di Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva, preparano a questa anomalia tra anagrafe e spessore artistico, ma l’effetto di sorpresa nell’ascolto non è mitigato dalla messa in guardia. Ligoratti non a caso è anche organista, clavicembalista, direttore d’orchestra e compositore, e soprattutto eseguendo la sonata di Franck – il quale si rese noto inizialmente come eccelso organista – emerge in tutta chiarezza la cognizione della partitura e lo scavo nei minimi anfratti armonici. L’aspetto virtuosistico, che pur esiste in quantità, non prende mai la scena. Esattamente come un direttore d’orchestra che non può lasciar briglia sciolta a nessuna delle sezioni per sovrintendere alla resa complessiva, Ligoratti amalgama le strutture e le varie voci, cercando di restituire un’effetto d’assieme che lasci al violino il dominio quando è richiesto, che metta in risalto gli arpeggi lunghi e sontuosi a far da ponte tra un tema e la sua variazione, così come nel tessere la rete che tiene legate tutte le parti e dunque la pienezza del discorso musicale pensato dall’autore. Non è frequente trovare un solista di calibro capace di accompagnare un altro solista con la stessa misura, reggendo il cambio di registro che l’accompagnamento e il repertorio cameristico ha per condizione imprescindibile. Ligoratti è perfettamente in sintonia con il compito e se eleva la tessitura pianistica sopra il resto è perchè questa è molto spesso primaria nella resa contrappuntistica quanto lo è il violino. Qui si apprezza l’uso ponderato del pedale, dei fortissimo, dei volumi lunari e smorzati che una tecnica virtuosa non avulsa dalla musica è in grado di offrire a chi ascolta. Come ci spiega egli stesso in una bellissima lezione a metà del concerto, riproponendo quella formula mai datata inaugurata da Glenn Gould, poi da Leonard Berneistein e da Roman Vlad, in cui esegue singoli passaggi e ce li spiega a voce sotto il profilo storico musicale, tecnico, interpetativo, la vasta contaminazione di generi e provenienze presenti nella scuola francese da Liszt a Wagner, con un ancoramento implicito ma sensibile a Bach, obbliga a sorvegliare continuamente l’esecuzione per poter mettere in luce le cellule ripetitive, la “ciclicità” melodica di un leitmotiv, la costruzione per passaggi di terza, le diminuzioni e le aumentazioni, i cromatismi, i nascondimenti di uno stesso tema sotto un’armonizzazione virata verso una tinta che la rende irriconoscibile dalla prima presentazione tematica. Tutto ciò senza abbandonare mai l’aspetto sinfonico, che in alcuni passaggi ha una massa di suono paragonabile più all’Anello del Nibelungo che a Peleas e Melisande, indissociabile dalla prima voce. Se la Berinskaya può alzarsi in volo e dimenticarsi della terra è perchè Ligoratti indica la porzione di cielo in cui lei potrà spingersi liberamente senza esitazioni. Un duo di ferro e cristallo. La serata resta nella memoria oltre che per il valore concertistico indubbio anche per l’operazione culturale che c’è dietro che non si limita alla promozione di un disco appena finito di incidere (con un corredo molto generoso di dati storici, biografici, musicali nel booklet allegato al cd). L’idea di sposare esecuzione dal vivo con lezione e intervista ai musicisti sul palco è sempre efficace, consente – contrariamente al parere di certi puristi – di entrare ancora più dentro allo specifico musicale e godere più a fondo di ciò che si ascolta, col cuore e anche con l’intelletto. Su questo piano la lezione di Stefano Ligoratti è esemplare nel rifuggire da una certa posa accademica, tenendosi al contempo a debita distanza dal gigioneggiare di certi anticonformisti di professione (ma non di sostanza). Mantiene il punto sul nucleo dell’oggetto di studio e apre un canale didattico in modo informale, stimolando la condivisione di aspetti retrostanti l’esibizione che costituiscono il 90 % del lavoro di un musicista, senza esagerare. In un paese di demolitori sistematici del valore dell’approfondimento, del gioco di sfumature, dei processi che conducono lentamente a risultati significativi, un paese che abbatte con la ruspa politica le scuole, la ricerca, l’alta formazione, prediligendo invece sempre la scorciatoia furbesca per ottenere un fatuo piacere, questo momento è rinfrancante, perché è un’oasi nel deserto arido. Tale operazione la si deve alla collaborazione tra Ines Angelino con ClassicaViva e Angelo Mantovani con Il Clavicembalo Verde, i quali non si llimitano a perorare teoricamente l’amore per l’arte e il sapere, ma si ingegnano concretamente su come, dove, quando, con chi e per chi, riuscire a dare esito alle loro idee. Il Politeatro è stata una cornice accogliente e adatta, nonostante non sia acusticamente una sala da concerto di classica, proprio perchè l’intraprendenza e la cura con cui le due realtà hanno collaborato ha ammantato pubblico e musicisti di quell’aura di amore per le cose di cui c’è così bisogno. Dunque grazie ad entrambi. Ai musicisti un grazie invisibile ma fortissimo.

Alessandro Rossi